Road Notes 5


Il 17 gennaio fra le strade del napoletano si assiste ad una classica simbiosi di religiosità, tradizione, festa e scaramanzia. Agli angoli delle strade, in grandi campi o in piccoli giardini, nell’intimità della propria famiglia o organizzati in vere e proprie feste popolari, si elevano dei falò, propriamente detti “fucaroni” o anche “cippe”, ovvero dei grandi fuochi che, bruciando, portano via le cose che hanno segnato negativamente e che si vuole incenerire. La questua che serve per raccogliere di casa in casa la legna da bruciare si arricchisce di oggetti carichi di significato, di quegli oggetti che ci riportano alla mente anche semplicemente qualcosa di vecchio che si spera nell’anno nuovo possa rinnovarsi. Il fuoco, pertanto, ha il compito di fagocitare e incenerire, facendo poi salire al cielo il fumo a mo’ di preghiera, quindi un duplice compito di purificazione e orazione. I napoletani mentre il fuoco si consuma recitano la loro giaculatoria: «Sant’Antuono, Sant’Antuono tacchete ‘o bbiecchio e dance ‘o nnuovo» che sono inseriti anche in un canto popolare che, quando il fucarone è al centro di una vera e propria festa di paese, diventa l’espressione della gioiosa speranza del napoletano.
Come si evince dai tradizionali versi, il protettore di questi fuochi e colui il quale ha il compito di intercedere per le intenzioni espresse accanto ad essi è Sant’Antonio Abate di cui il 17 gennaio ricorre proprio l’anniversario di morte. Sant’Antonio Abate, detto anche “il Grande”, è ricordato dalla chiesa come lottatore contro i demoni, guaritore di infermi e direttore di anime e pare che la sua vita sia stata segnata da terribili lotte col demonio da cui ha ricevuto terribili e crudeli sevizie e proprio questo lo ha reso uno dei santi più venerati nel mondo cristiano. Sant’Antonio pare sia anche il custode dell’inferno e riesca ad ingannare il diavolo sottraendogli alcune anime, inoltre il popolo ha decretato la sua fama come guaritore facendo ricorso a lui contro la peste e morbi contagiosi. Uno di questi è l’Herpes zoster detta, guarda un po’!, o “ffuoco ‘e sant’Antuono”, per sconfiggere il quale veniva anche prodotto un unguento dall’Ordine ospedaliero degli Antoniani, sorto dalla confraternita di religiosi riuniti intorno al santo. L’origine di questa tradizione risale alle molte miracolose guarigioni che sembrano essersi verificate durante un’epidemia che infestava la Francia in occasione della traslazione delle reliquie del santo da Costantinopoli in Europa. Il miracoloso unguento, inoltre, aveva come ingrediente principale il lardo dei maialini a cui spesso è associata la figura di Sant’Antonio. La tradizione vuole che Sant’Antonio, sconfitto il demonio, lo abbia costretto nella forma dell’umile maiale e da qui egli è anche invocato contro l’afta epizotica che colpisce gli animali, tanto che il 17 gennaio vengono anche benedetti gli animali.
Con i grandi fucaroni si cerca quindi non solo di propiziare l’anno iniziato da pochi giorni, ma anche di tenere il più lontano possibile il fuoco eterno dell’inferno, quelle fiamme che tanto fanno paura e di cui l’Herpes Zoster sembra essere un fastidiosissimo assaggio in vita.
Ecco dunque il rituale: il devoto, spesso una donna, sceglie il teschio che più lo ispira adottandolo così come se fosse un membro della sua famiglia. Ne nasce così un regolare rapporto di “do ut des”, un’assistenza reciproca tra viventi e defunti. Il teschio, oltre ad essere “pregato”, viene anche lucidato, spolverato e, se si comporta bene, gli si costruisce addirittura una piccola nicchia che lo ospita per proteggerlo dalla polvere. Il devoto non gli faceva mai mancare lumini e fiori e, ad ogni visita, declamava decine di “requiem aeternam” per lenire le sofferenze dell’anima adottata. Va anche sottolineato, però, che se il devoto non riceveva le grazie richieste, riabbandonava il cranio nella polvere e ne adottava un altro.
Lo stesso culto, con riti uguali a quelli del Cimitero delle Fontanelle, si praticava anche in altri luoghi come nella Chiesa di S.Pietro ad Aram- il cui ossario sarebbe sorto nel luogo dove S.Pietro, in sosta a Napoli, avrebbe celebrato la sua prima Messa e battezzato i primi napoletani convertiti; S.Candida e S.Aspreno- e nell’ipogeo di S.Maria del Purgatorio ad Arco il cui stesso nome introduce subito il mondo sotterraneo e i suoi dolenti frequentatori.
Testo: Rosa Anna D’ Ambrosio

C’e’ una strana legge di natura che ingoia il tempo fino a renderlo immobile…
La strada e le valli circostanti emanano una nebbia luminosa attraverso la pioggia e
quelle distese che in inverno assumono un fascino d’ inquieta beatitudine.
Le montagne non interrompono la luce, piuttosto sembrano risponderle con quella
netta nerezza imprecisamente verdeggiante. Un verde che sopravvive anche all’ inverno.
L’ Irpinia e’ così, fiera nei suoi silenzi…
La burocrazia ha imprigionato Ernestina in un container del terremoto lei e suo marito.
Dal terremoto del 23 Novembre 1980 guardano la loro casa dove non possono tornare, impediti da un labirinto
di cavilli.
Il marito non ce l’ ha fatta…
Lei sopravvive in una gabbia, gonfia d’ amianto, piantata sulla nuda terra….

L’hanno raccontata in tanti, sviscerandone i problemi e le contraddizioni con l’occhio impietoso delle telecamere e la penna disinibita di giornalisti e scrittori, da Saviano in giù. Scampia non ha più segreti, ormai. I tentacoli della camorra l’avvolgono da anni, facendone un grande supermarket della droga. Quello che mancava, nella rappresentazione di una realtà prigioniera dei suoi mali, era una delle voci di dentro.
Arriva, con la semplicità di chi non s’illude di poter cambiare tutto, ma osserva e interviene: è la voce, o meglio la penna, di Lorenzo Stabile, Ispettore Capo della Polizia di Stato, che coordina da sei anni la squadra investigativa del Commissariato di Scampia. Ha deciso di appuntarsi tutto, insieme con i suoi uomini, e raccontarlo in “Dentro le Vele: diario di uno sbirro” un libro che percorre la quotidianità delle Vele snocciolando eventi e aneddoti, spesso agghiaccianti.
I racconti di Lorenzo Stabile parlano di camorristi senza scrupoli e di vite fatte di espedienti, di assuefazione alla camorra e di bambini che crescono tra ascensori destinati solo al commercio della droga e papà arrestati. “Il merito di questo libro – spiega Tano Grasso, consulente antiracket e antiusura della Regione Campania – è quello di raccontare Scampia non attraverso i consueti riflettori che la illuminano dall’alto, ma con una luce più discreta, dal basso.

I don’t believe is difficult to reach a purpose. Instead I believe that difficulty is to free the condition where we am forced…